
Colla precedenza di pochi giorni alla pubblicazione dell'articolo
della Revue des deux Mondes,
che travisava il carattere del Pontificato
di Pio IX, e di cui facemmo menzione nel passato quaderno [1], uscì alla
luce in un altro periodico, parimente francese, gli Études, un altro
articolo, che ne chiariva la vera idea, mostrando che la missione, data
dalla divina provvidenza a Papa Pio IX, fu quella di combattere il più
fiero nemico della verità cattolica nei tempi presenti: il Liberalismo [2].
A noi è sembrato sì giusto questo concetto, e sì utile ad informarne
la
mente, che volentieri ne facciamo materia della presente trattazione,
epilogando in gran parte i pensieri, espressi nel detto articolo, e
ripetendone il titolo.
Il
Liberalismo, dice il Ramière autore dell'articolo soprallodato, è
una dottrina che afferma la piena indipendenza della libertà umana; e
per conseguenza nega ogni autorità superiore all'uomo, nell'ordine
intellettuale, religioso e politico. Ce ne ha tre specie. Il
liberalismo radicale, che professa tutti i principii liberaleschi e non
si arretra dinanzi al alcuna delle sue conseguenze; il liberalismo
moderato, che ammettendo gli anzidetti principii ne rigetta alcune
conseguenze; il liberalismo cattolico, che non è tanto una professione
positiva di errori, quanto una tendenza ad essi, e che sentendo colla
Chiesa, quanto ai principii, trova inconveniente il proclamarli, e
tirarne le conseguenze. Rispetto a queste si tiene in tutto o in parte
col liberalismo moderato. Il Liberalismo è sorto dal Protestantesimo e
dal Cesarismo, come loro perfezionamento logico. In religione il
Protestantesimo avea negato l'autorità della Chiesa, sostituendovi il
giudizio privato; pur ritenendo
la parola rivelata nelle divine Scritture. In politica il Cesarismo
avea sottratto il potere civile dalla subordinazione al potere
religioso; pur volendo la società a sè soggetta come ad emanazione
diretta del potere divino. «Il Liberalismo è stato più audace ad un
tempo e più sincero; ed in religione come in politica ha compita la
rivolta. In nome della libertà del pensiero, della libertà di
coscienza, della libertà de' culti, ha proclamato l'indipendenza
degl'individui e delle società non solamente a riguardo della Chiesa,
ma a riguardo di Gesù Cristo e di Dio. Esso ha finito così di
rovesciare l'ordine cristiano, al quale le società moderne dovevano la
loro unione, il loro progresso, e fin la loro esistenza [3].»
«Gesù Cristo, re delle anime e delle nazioni, padre dei principi e
dei
popoli, ha fondato sulla terra una società, che spirituale nella sua
essenza ed istituita principalmente per la salute eterna delle anime,
ha abbracciato nel suo pieno esplicamento le nazioni stesse, alle quali
ella assicura i beni più preziosi dell'ordine altresi temporale. Ed
invero, dal punto che le nazioni, come tali, si sottomettevano a
Gesù Cristo, esse non potevano ricusare di prendere la legge evangelica
per regola delle loro scambievoli relazioni, e dei rapporti tra
governanti e governati. Esse trovavano in questa regola comune,
interpretata ed applicata dalla Chiesa, il legame d'una confederazione
reale e profonda. Così s'era formata, intorno alla Chiesa, società
delle anime, questa società delle nazioni, che nominavasi la
Cristianità: corpo immenso, di cui Gesù era il Capo, come lo era della
Chiesa stessa, e di cui le nazioni erano le diverse membra [4].»
Quest'ammirabile istituzione, che il Cesarismo e il Protestantismo
avevano assalita, il Liberalismo, quant'è da sè, l'ha distrutta. Esso
proclama nell'ordine intellettuale l'affrancamento da ogni regola; e
nell'ordine sociale l'indipendenza da ogni autorità superiore.
Ripudiando l'autorità di Dio, non può ritenere quella di Cesare. Al
popolo appartiene farsi la legge da sè medesimo, elevare e rovesciare i
poteri, creare i diritti e i doveri. Esso è sovrano nel senso più
assoluto della parola; la sua volontà è regola di sè medesima. Tal è
l'idea del Liberalismo. E però esso è l'eresia più
funesta di tutte; l'eresia anticristiana per eccellenza; siccome
quella che annienta la missione sociale della Chiesa, ferendola così
nella sua essenza, e nega la sovranità di Gesù Cristo, risultante dalla
sua divinità. Gesù Cristo, Signore, dee regnare non solo sopra
gl'individui, ma sulle nazioni: Dabo
tibi gentes haereditatem tuam [5];
e a
lui debbon servire i principi, in quanto principi, e i popoli in quanto
popoli: Adorabunt eum omnes reges
terrae, omnes gentes servient ei [6].
La
Chiesa ha missione d'effettuare quest'ordinamento divino: Docete omnes
gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti,
docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis [7].
Pio IX salendo sul trono pontificale trovò il Liberalismo già in
possesso dell'opinione pubblica e della protezione più o meno
dichiarata di tutti i Governi. Chiamato dalla divina provvidenza a
combattere sì formidabile avversario, il suo primo passo fu di
costringerlo a smascherarsi. Non ci è cosa più perigliosa, che avere a
fronte un nemico camuffato e coperto di bugiarde divise. L'inganno in
tal caso rende vana ogni arte di guerra, e può trarre dalla parte
avversa fino gli stessi commilitoni. Ora il Liberalismo si presenta
armato appunto di menzogna e di frode. Esso è alla libertà ciò che il
filosofismo è alla filosofia. Nondimeno del venerando nome di libertà
si prevale ad insidia, per trappolare ogni genere di persone. Sotto
tale infingimento, esso strombazzava che i Pontefici, nell'osteggiarlo,
lo avevano disconosciuto; che esso, lungi dall'avversare la Chiesa, ne
voleva spezzar le ritorte ond'era avvinta sotto i Governi assoluti; che
esso non agognava altro, che la riforma degli abusi, il legittimo
godimento de' naturali diritti, l'affrancamento de' popoli da
dominazione straniera, il miglioramento delle istituzioni civili.
Questi essere i sensi del vero Liberalismo, che forse talvolta si
esageravano, per una specie di esaltato contrasto, che naturalmente
sorge dal non veder soddisfatti i
giusti desiderii. Così l'ipocrisia formava un mantello, sotto del quale
il Liberalismo, non solo nascondeva le sue laide fattezze, ma
rivestendo oneste apparenze riusciva ad ingannare fino i più sinceri
cattolici.
Ebbene Pio IX, appena proclamato Pontefice, si affrettò ad appagare
in
larga misura i finti voti. «Dal principio del suo Pontificato egli
fece più atti di clemenza, decretò più miglioramenti materiali e
morali, che non avevano fatto i suoi predecessori da un secolo. Dopo
l'amnistia, pubblicata il 16 luglio, venne l'istituzione del comitato
per l'introduzione delle strade ferrate; poi la nomina di un altro
comitato per la riforma dell'amministrazione; la conferma di quello,
che era stato stabilito da Gregorio XVI, pel rifacimento della
procedura e del codice civile; l'incarico degli studii pel disegno di
ministeri risponsabili, creati nel seguente mese di ottobre; lo
stabilimento d'una consulta elettiva, composta dei Deputati di Roma e
delle Province; in fine il decreto che allentava considerabilmente i
legami, precedentemente imposti alla stampa. Non era questo bastevole
per un primo anno di regno [8]?»
Nè qui ristette il Pontefice; egli concedette più di quello, che
ragionevolmente si poteva chiedere a lui. «Ma quanto più egli dava,
tanto più gli si domandava. Dopo aver conceduto tutto il possibile, si
pretese da lui l'impossibile. E quando sotto la pressione della
manifesta violenza, egli concedette anche l'impossibile, quando ebbe
data una costituzione, accettato un governo parlamentare, posto alla
testa del governo l'uomo meno sospetto pei suoi antecedenti, e più
risoluto ad eseguir le riforme tanto domandate; la setta, vedendo
fallire, per l'effettuazione de' suoi ipocriti voti, il complotto
sovversivo al quale servivano di maschera, non esitò, per impedirla, a
servirsi del pugnale. Pellegrino Rossi, il ministro liberale, bagnò del
suo sangue le scale del palazzo parlamentare; e nel Parlamento, che
aprivasi con tali auspicii, non si levò una sola voce a protestare
contro l'infame delitto, mentre che la folla menava in trionfo per le
vie di Roma il pugnale che ne era stato strumento [9].» Così Pio IX
convinse di menzogna il Liberalismo; o meglio lo costrinse a smentir sè
medesimo; a mostrarsi per quello che
veramente era, sicchè non potesse più per l'avvenire fascinare i
semplici colle sue imposture.
Forse a quella larghezza di concessioni influì qualche illusione
generosa del magnanimo Pontefice; ma questo stesso entrò nei disegni di
Dio, per la missione a cui destinavalo. Certo il Ramière riporta le
parole, riferitegli da un illustre e santo Prelato, il quale le avea
raccolte dalla bocca medesima di Papa Pio IX; e son le seguenti: «Sì;
noi ci siamo ingannati, disse l'umile Pontefice. Ma noi crediamo che
quest'errore, ben innocente da parte nostra, entrava nei disegni della
Provvidenza. Se noi avessimo opposta un'assoluta resistenza ad
aspirazioni, divenute sì generali anche presso i cattolici, si sarebbe
accusato il Papato d'avere, per la sua inflessibilità, alienata da sè
volontariamente la società moderna. Per contrario, concedendo tutte le
libertà civili, compatibili coi diritti essenziali della Chiesa, noi
abbiamo smascherata l'ipocrisia di coloro, i quali non dimandavano le
anzidette libertà, che per opprimere la Chiesa [10].»
Strappata così dal viso la maschera al Liberalismo e costrettolo ad apparire nelle sue veraci sembianze, Pio IX potè prendere a combatterlo ed atterrarlo. Ciò fu l'opera dei susseguenti suoi lunghi anni. Nè altri s'illuda, al vedere che Pio IX morendo lasciò anzi il Liberalismo in pieno trionfo. Anche Gregorio VII morì nell'esilio, lasciando nel colmo della potenza il suo avversario. Nondimeno è certo che egli ne avea trionfato, perchè lo avea conquiso nell'ordine delle idee, che irresistibilmente trapassarono poscia in quello dei fatti. Le investiture, da Gregorio proscritte, dovettero, senza riparo, rinunziarsi dai successori di Arrigo IV. Lo stesso vuol dirsi di Pio IX. Egli finì, moralmente prigione in Vaticano, sotto gli occhi del Liberalismo, padrone dei suoi Stati e della stessa sua capitale e sostenuto dalle simpatie di tutte le Potenze d'Europa, aggiogate al suo carro. Ma, prima di finire, l'invitto Pontefice avea già dato all'avversario il colpo mortale. Egli con indomabile costanza gli tenne testa, e lo sfolgorò assiduamente colla virtù tremenda del suo magistero. Nelle sue moltiplici allocuzioni, ne' suoi innumerevoli discorsi (una parte dei quali, messa a stampa, forma ben quattro grossi volumi), il pensiero dominante fu sempre la condanna del Liberalismo o in sè stesso o nelle sue svariate manifestazioni. Nè contro il solo Liberalismo radicale egli diresse i suoi fulmini, ma contro il moderato altresì e il così detto cattolico, che egli dichiarò, ripetutamente, anche più pernicioso degli altri due, perchè insidiatore domestico. Ma segnatamente egli ferì a morte tutte e tre queste forme di Liberalismo colla pubblicazione della sua Enciclica, Quanta cura, e più spiegatamente ancora col celebre Sillabo, oggetto perciò di tante ire e di tante bestemmie per parte dei liberali. Cotesto Sillabo, che oggimai è divenuto il codice della condotta morale pei veri credenti, racchiude la condanna dei principali errori liberaleschi nel giro della religione, della famiglia, della società civile e delle relazioni tra lo Stato e la Chiesa. In questo quadruplice ordine di cose nessun cattolico può più esser vittima dell'illusione e dell'inganno. Basta che guardi al Sillabo. L'ultima proposizione in esso condannata, la quale contiene virtualmente tutte le precedenti, è questa: «Il Romano Pontefice può e deve venire a conciliazione e componimento colla civiltà moderna, col moderno progresso, col Liberalismo.» La civiltà moderna è il ristauro della civiltà pagana, con tutto l'apparato del suo scetticismo e del suo materialismo. Il progresso moderno è l'abbattimento d'ogni regola immutabile di giustizia, stante il suo diritto nuovo, originato dalla voltabile volontà popolare e dai capricci della pubblica opinione. Il Liberalismo è la negazione d'ogni autorità superiore, e da esso trae origine la civiltà moderna e il progresso moderno. Pio IX l'ha sfolgorato in sè stesso e nelle sue derivazioni.
Il signor Anatolio Leroy-Beaulieu, nell'articolo della Revue des deux
Mondes da noi ricordato da principio, riconosce un tal fatto,
benchè lo
snaturi nelle sue conseguenze. Egli dice: «A muovere dal 1848
il
Pontificato di Pio IX non è stato che una lotta implacabile contro ciò,
che si appella lo spirito moderno. A questo riguardo Pio IX non faceva
che ripigliare e spingere con più vigore una guerra,
ingaggiata circa il tempo del suo nascimento. L'antico Papa liberale
del 1847 non era che lo strumento dell'Oltramontanismo contemporaneo,
il quale non è esso stesso se non una reazione contro la rivoluzione,
di cui riproduce in senso inverso l'ardor passionato, le soluzioni
assolute, lo spirito spinto tropp'oltre. A una religione di fede e
d'autorità la rivoluzione avea voluto sostituire una religione novella,
di cui le due magne deesse erano la ragione e la libertà. Son queste le
false divinità, tuttavia adorate dal secolo, benchè oggidì prive
d'altari, che Pio IX ha voluto rovesciare. È questa nuova idolatria
quella, che egli ha preteso di sradicare e sterpare, negando ciò che
essa afferma, affermando ciò che essa nega, avvilendo ciò che essa
onora, glorificando ciò che essa disprezza. Tutto il regno di Pio IX
non è stato che un'esaltazione dell'autorità a fronte della libertà
moderna, un'esaltazione del soprannaturale contro il razionalismo e
naturalismo contemporaneo.
«Liberalismo e razionalismo, l'uno provegnente dall'altro, e
tutti e
due insieme causa ed effetto della rivoluzione, ecco il nemico che Pio
IX ha perseguitato simultaneamente, nelle sue allocuzioni, nelle sue
encicliche, nelle sue riforme ecclesiastiche, nelle sue definizioni
dommatiche. Contro questo doppio avversario Pio IX ha preso
intrepidamente l'offensiva, interdicendo ogni tentativo di
pacificazione, come con l'uno così coll'altro, ricercandoli e dando
loro la caccia nei più riposti nascondigli, fin nel seno dei fedeli e
del clero, scoprendoli e smascherandoli sotto i travestimenti in
apparenza più innocenti. Nel suo zelo a condannar le dottrine o gli
uomini sospetti di tendenza o di debolezza per gli errori moderni, Pio
IX sembrava aver intrapreso d'epurare la fede e la Chiesa, senza timore
di disgustare un'età scettica, urtando sì bruscamente le sue abitudini
e i suoi istinti. Per richiamare i popoli dalle vie perigliose, in cui
la rivoluzione li avea sospinti, la Chiesa guidata da Pio IX si è
sistematicamente affondata nei più opposti sentieri, a rischio di non
poterne più uscire, e non essere più seguita che da piccolo numero [11].»
Al solito dei liberali, qui lo scrittore fa un guazzabuglio di vero
e di falso, di giudizii retti e torti, con niuna coerenza d'idee. Egli
confessa che liberalismo e razionalismo sono strettamente congiunti;
che il loro culto, quasi nuove divinità, si vuol sostituire alla fede e
all'autorità della Chiesa; e nondimeno motteggia Pio IX, come strumento
dell'oltramontanismo nell'osteggiarli risolutamente, senza temere di
offender troppo lo scetticismo del secolo. E che avria dovuto fare
l'invitto Pontefice, a senno del signor Anatolio? Egli nol dice, ma il
fa trasparire abbastanza da tutto l'articolo. A senno suo, Pio IX, per
operare prudentemente, avria dovuto venire a temperamenti ed a patti
col Liberalismo, far come un amalgama de' due contrarii principii: un
po' di vero e un po' di falso, un po' di fede e un po' di razionalismo,
un po' di obbedienza a Dio e un po' di condiscendenza al diavolo. Ma
non è questo, signor bello, lo spirito della Chiesa di Cristo. La
Chiesa, figlia del cielo ed espressione sincera dell'eterna verità, non
può patteggiar mai coll'errore: ella deve combatterlo pienamente,
perpetuamente, inesorabilmente; fino a ricacciarlo nell'inferno, sua
culla e sepolcro. Non è possibile conciliazione della giustizia
coll'iniquità; del tempio di Dio con quello degl'idoli. Quae
participatio iustitiae cum iniquitate?... Qui consensus templo Dei cum
idolis [12]? Ma così ella
sarà seguita da piccol numero. Sia. E a che
gioverebbe il gran numero, quando esso fosse composto d'ipocriti o
mezzo infedeli? La Chiesa vuole anch'essa, come vuole Dio, la salute di
tutti gli uomini. Vult omnes homines
salvos fieri. Ma a condizione che
essi si pongano realmente, non illusoriamente, sulla via della salute,
consentendo appieno colla verità e colla giustizia. Del resto il piccol
numero, quando sia composto di veri fedeli, basterà a riconquistare il
mondo. Non è spenta la parola di Cristo: Nolite timere pusillus
grex, quia complacuit Patri vestro dare vobis regnum [13]. Non al numero,
ma alla fede è promessa la vittoria. Haec
est victoria, quae vincit
mundum, fides nostra [14].
Al Liberalismo, così condannato, restava nondimeno uno scampo,
quello
cioè che gli porgeva il Gallicanismo, colla negazione
dell'infallibilità pontificia. Scampo vano; perocchè l'intero
Episcopato avea fatto plauso con pieno suffragio al Sillabo e fattolo pubblicare
in ciascuna Diocesi. Tuttavolta in mancanza di sodo fondamento, non
sarebbero mancati i pretesti contro la verità, per sostenere che il
giudizio del Papa non era definitivo, perchè non ancora confermato
dalla Chiesa, vuoi raccolta in Concilio, vuoi dispersa per tutto
l'Orbe. E così videsi lo strano spettacolo d'un'alleanza strettissima
dei liberali coi gallicani, a fine di osteggiare con forze riunite
l'autorità pontificia. Gli uni e gli altri riconobbero, che, quantunque
discordi tra loro nell'esaltare quelli la sovranità del popolo e questi
l'autocrazia dei principi, nondimeno congiungevali uno stesso
interesse, quello cioè di voler l'una cosa o l'altra a discapito della
sovranità del Pontefice. Era questo come il punto di contatto tra le
due fazioni, ed esse si accordarono insieme contro il comune
avversario, sopendo a tempo gli scambievoli dissensi.
Pio IX sfolgorò e conquise la mostruosa lega, mediante il Concilio
Vaticano, e la Costituzione
Pastor
aeternus. Fu questo l'atto più
solenne di quella veneranda Assemblea, e pel quale sembra che Dio la
volesse adunata. In virtù dell'anzidetta costituzione il magistero
papale fu dichiarato infallibile ed irreformabile per sè medesimo,
senza alcun bisogno di assenso per parte dell'Episcopato. Chi non
riconoscesse una tal verità, sarebbe issofatto anatema, cioè separato
dalla Chiesa di Cristo.
Il Liberalismo ricevette così il colpo di grazia. Egli vide rovesciati d'un tratto da capo a fondo tutti i suoi disegni. L'alleanza col Gallicanismo gli avea fatto sperare non pure uno schermo per sè contro le condanne pontificie, ma la confermazione di alcuni almeno de' suoi principii per parte della Chiesa. Se avesse potuto conseguire che la suprema autorità ecclesiastica fosse riconosciuta non nel Pontefice ma nel corpo de' Pastori; avrebbe potuto vantare nella stessa società religiosa, istituita da Cristo, una specie di governo rappresentativo e una partecipazione di Liberalismo, almen temperato. Sarebbe stato questo un risultato inestimabile pel trionfo de' suoi principii. La Costituzione Pastor aeternus distrusse per sempre questa folle speranza. Essa ha definito irrevocabilmente che il Romano Pontefice è capo della Chiesa universale; che egli ha piena potestà di pascere, di reggere e di governare l'intero gregge di Cristo; che questa sua potestà è episcopale, ordinaria, immediata, verso la quale Pastori e fedeli, tanto ciascuno in individuo, quanto tutti insieme, son tenuti dal dovere di obbedienza; che infine gl'insegnamenti di esso Romano Pontefice, per ciò che riguarda fede e costumi, sono infallibili, e non soggetti a riformazione veruna.
Che farà il Liberalismo contro una definizione dommatica così espressa e piena e solenne? Dove cercherà farmaco alla sua ferita mortale? La cercherà (giacchè altro non restagli) nel campo della incredulità e della violenza. Ma il suo ricorso all'incredulità è pei fedeli un preservativo efficacissimo dal suo contagio; e il ricorso alla violenza non sarà più profittevole a cotesto paganesimo moderno, di quello che fu per l'antico. La violenza, esercitata contro i prischi fedeli, determinò la loro vittoria sul mondo pagano; la violenza, esercitata contro i fedeli odierni, determinerà la loro vittoria sul mondo liberalesco.
Nel giorno 18 luglio 1870 (ben osserva il Ramière) la missione provvidenziale di Pio IX era pienamente compita. Se non che conveniva ch'ei la suggellasse colla croce. «Dopo essere stato il confessore della sovranità sociale di Gesù Cristo e della Chiesa, gli restava di divenirne il martire. E di fermo, il martirio è la testimonianza suprema; è la gloria più grande, che il servo di Gesù Cristo possa rendere al suo Signore, la più perfetta rassomiglianza che possa acquistare di lui; è per la verità il più splendido dei trionfi [15].» Pio IX dovea riportare questo trionfo sul Liberalismo, da lui conquiso. Ed egli lo riportò di fatto col soffrire la rapina de' suoi Stati; col mirare gli oltraggi ai diritti e alle istituzioni della Chiesa, fatti continuamente dai nuovi dominatori; col sopportare gl'insulti, nella sua stessa capitale, d'una stampa svergognata; col divenir ludibrio a sozze lingue di onorevoli senza onore; coll'esser costretto a tenersi in moral prigionia nel proprio palazzo. Stando su questa croce, anche a lui, come già a Gesù Cristo dai farisei, si gridava che volesse discenderne: Descende de cruce. Egli vi perseverò tuttavia pel lungo tratto di più di un settennio, fino al punto in cui rese l'invitta anima a Dio. Gloria imperitura al gran Pontefice; e infamia perenne ai suoi persecutori.
[1] Vedi Civiltà Cattolica, Serie X, vol. VII, pag. 8.
[2] Études religieuses, philosophiques etc. Avril 1878, pag. 534: La mission providential de Pie IX.
[3] Études etc. XXII Année, V Série, tome 1, pag. 538.
[4] Ivi.
[5] Ps. II, 8.
[6] Ps. LXXI, 11.
[7] Matth. XXVIII, 20.
[8] Pag. 548.
[9] Pag. 550.
[10] Pag. 549.
[11] Revue des deux Mondes, tome vingt-septième, pag. 410.
[12] 2a ad Cor. VI, 14, 16.
[13] Lucae, XII, 22.
[14] 1a Ioannis, V, 2.
[15] Pag. 552.